
"E' successo il peggio... Abbiamo marciato bene alla mattina e siamo partiti con il morale alto nel pomeriggio, con la sensazione che l'indomani ci avrebbe visti a destinazione. Poi Bowers ha scorto una macchia scura, una bandiera nera legata ad un pattino da slitta; accanto c'erano i resti del bivacco; tracce di sci e slitte che andavano e venivano, e... cani, molti cani. E' tutto chiaro: i Norvegesi ci hanno preceduti e sono arrivati prima al
Polo Sud. E' una terribile delusione e sono molto addolorato per i miei leali compagni". Così scrive nel suo diario il 16 gennaio 1912 Robert Falcon Scott, capitano della prima spedizione inglese al Polo Sud. Quasi un anno dopo, una pattuglia di soccorso che perlustrava la Grande Barriera di ghiaccio dell'
Antartide trovò in una tenda, sepolta nella neve, i corpi senza vita di Scott, Wilson e Bowers. Degli altri loro compagni, Oates ed Evans, nessuna traccia. Ma il diario, trovato accanto al corpo assiderato del giovane capitano della
Royal Navy, ne rivelò ben presto la sorte: erano anch'essi periti in circostanze drammatiche durante il viaggio di ritorno dal Polo. Perché - si è chiesta Diana Preston - Scott è andato incontro ad una fine così tragica, mentre
il norvegese Roald Amundsen, negli stessi giorni, conquistava vittoriosamente la meta e tornava in patria sano e salvo con la sua squadra? Era davvero l'uomo più adatto a guidare la spedizione? Attraverso i diari e la corrispondenza dei protagonisti, l'autrice ricostruisce, attimo per attimo, la storia della spedizione britannica in Antartide. Scandaglia la personalità di Scott, racconta l'apparente casualità con cui divenne
un grande esploratore, mostra i suoi limiti psicologici e la sua scarsa attitudine al comando. Dall'allestimento della nave che lo avrebbe condotto in Antartide alla vita di tutti i giorni nel lungo inverno polare, questo libro è il resoconto dettagliato di una tragica serie di errori: la scelta degli animali da tiro, i depositi di scorte, l'attrezzatura... [
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